Un rifugio caldo: zuppa indulgente di verdure e miso

Niente del luogo in cui viviamo è solo quel che sembra. Niente del nostro casale, degli alberi, degli oggetti che tocchiamo e usiamo ogni giorno è solo una cosa. Sarà il vivere tra alberi e colline, sarà il passare tante ore al giorno con i bambini e con gli animali, sarà che quanto più si vive in connessione con quel che sa restare genuino, tanto più la realtà diventa magica e ogni suo pezzo ha un anima.

Delle filosofie antiche mi affascina anche questo, che avessero capito che non si può vivere senza poesia, che la nostra vita diventa sterile, e poi arida, se smettiamo di metterla in contatto con la vita che ci circonda, con tutte le vite di qualsiasi cosa i nostri sensi attraversino.

Non credo che ne fossi consapevole, quando ho scelto di trasferirmi in campagna, ma mi chiedo se non me lo sentissi dentro: quanto è importante, per sentirci integri e completi, dare un’anima e un nome e alla realtà in cui siamo immersi? E quanto è importante, per sentire il corpo soddisfatto, ricercare lentezza nel muoverci e densità nell’attraversare lo spazio? Quanto è importante, infine, rieducare il pensiero e gli occhi alla meraviglia?

Nel mondo puro e poetico dei bambini, degli animali, della natura, o di una pratica che ci ricorda quel vivere così libero e originario, ogni azione è una preghiera, o Dio, o un gioco, o un’arte, o una cura. O tutte queste cose insieme.

Cucino quasi sempre con i miei figli accanto, anche quando preparo i pasti per eventi, o seminari, anche quando studio ricette da proporre agli allievi. Se resto sintonizzata sulla loro prospettiva, se sto nella mia pratica, ogni cibo ha un’anima e la racconta, attraverso la sua forma, il colore, il sapore, o la consistenza. Se sto nella mia pratica, ogni piatto ha una funzione, ben più nobile che riempirci la pancia.

Che cosa voglio comunicare con la mia voce? Con i miei gesti? Con le mie scelte? Con il piatto che servirò a tavola? Essere presente a me stessa significa soprattutto chiedermi da dove vengono le mie azioni e parole e ponderare bene le conseguenze del mio muovermi, perchè io sono la prima causa delle conseguenze che avrò attorno.

Quel giorno, come spesso in questi giorni, volevo che la nostra tavola fosse un rifugio- dal freddo, dalle prove che affrontiamo, per il semplice bisogno di accoccolarsi e lasciarsi nutrire che accompagna questa stagione. Volevo un pasto caldo, che desse una sensazione di sostegno ai sensi e al corpo.

Ho sminuzzato le verdure che avevo a disposizione: niente di esotico, solo quello che la terra dà di questi tempi. Ho tagliato qualche pezzetto di radice di zenzero. Ho messo sul fuoco una grande pentola in ghisa, l’ho riempita di tutti quei colori, un po’ di sale, un po’ d’acqua. Niente di strano, solo gesti e sapori che ho ripetuto chissà quante altre volte, sempre con la stessa intenzione: che quel che faccio arrivi dritto al cuore e sia nutrimento per chi lo riceve. Ho aggiunto una noce di burro chiarificato, il ghee che tanto amo della tradizione ayurvedica, e ho riempito ciotole bollenti per tutta la famiglia. Ho riscaldato qualche fetta di pane e l’ho spalmata di miso di riso, perchè il nostro pasto fosse ancora più “vivo,” ancora più capace di portare energia.

Credo che i pasti migliori siano quelli scelti considerando il cibo un’alleato, non come un nemico, non come un riempitivo, non come una consolazione o un’ostentazione, ma come un’altra, semplice risposta alla domanda: “Come ho bisogno di sentirmi adesso?”

Io quel giorno avrei risposto: “Al caldo, protetta, viva, in compagnia, con gli occhi che guardano avanti e le mani in fermento.” E tutto questo, lo sapevo, viene dall’unione sapiente di tanti dettagli: una zuppa che sembra un rifugio, del pane fatto in casa appena abbrustolito, un filo di luce che entra dalla finestra e un’attenzione meticolosa a stare in quel che c’è, e nella poesia che nasconde.”

2 Commenti
  1. Ciao, sei sempre molto molto profonda, trasmetti qualcosa di speciale.
    Un saluto

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