Sa. Ta. Na. Ma

Sa è l’infinito, l’origine di ogni cosa. Ta è la vita, il seme che germoglia. Na è la morte, il cambiamento, la fine che nasconde nuovi inizi. Ma è la rinascita, l’origine dell’infinito, l’anello di congiunzione attraverso cui tutto ricomincia.

La cultura indiana nutre un profondo rispetto per il potere dei suoni, per l’effetto scatenato dalla vibrazione, che ha il potere di creare e trasformare.

Ssss, Tttt, Nnnn, Mmmm, Aaaa: sono le correnti sonore che hanno dato forma all’universo, sono il codice della vita. Mi sono abituata questi suoni insegnandoli: il potere supremo e indiscusso dei mantra è la capacità di condensare significati enormi in poco fiato. Li insegnavo alle future mamme, durante i corsi di yoga in gravidanza: li facevo ripetere e invitavo a memorizzarli, mentre chiedevo di trovare strumenti di resilienza in faccia al cambiamento che stavano attraversando.

La meditazione è ancora più potente se si può fissare nei muscoli, oltre che nella mente. Basta un piccolo gesto per unire tutte le parti di sé in un unico punto: l’attenzione focalizzata su un obiettivo. Allora: Saaa è l’incontro del pollice con l’indice; Taaa è l’incontro del pollice con il medio; Naaa è l’incontro del pollice con l’anulare; Maaa… e il pollice si unisce al mignolo, per poi ricominciare daccapo.

Nel tempo Sa. Ta. Na. Ma è diventato il colpo di spugna, per me. Quando è tutto troppo…, quando ho bisogno di intonarmi a valori più alti, di guadare più lontano, torno a questi suoni, disposti in fila e abbinati al movimento delle dita.

Quel giorno mi sono allontanata da casa per un’oretta. Eravamo io, la macchina fotografica e Nebbia, guardia fedele di ogni passeggiata. Ero uscita con lo scopo di lasciarmi alle spalle una settimana fatta di lunghi viaggi in macchina, contesti diversi che si accostano e chiedono tutti la mia attenzione, pensieri che si accavallano. Ero uscita alla ricerca di una via di fuga dal ritmo dei miei giorni, che è sempre troppo incalzante, per me. Ho iniziato a fotografare tutti gli spiragli e le aperture che incontravo. L’ho fatto d’istinto: le aperture, gli scorci che si aprono dopo aver attraversato un passaggio stretto sono sempre interessanti, sempre il riflesso di un percorso, sempre una scoperta.

Sa. Ta. Na. Ma, e gli scatti e le carezze a Nebbia. Un ritmo lento e punti piacevoli su cui fissare l’attenzione. Così: tutto inizia, si evolve, si trasforma, si scioglie e poi ritorna, a creare di nuovo l’infinito, la vita. Tutto passa, tutto scorre: basta aver fiducia in quel ritmo.

 

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