In contemplazione

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Colui che vede, senza essere visto

Colui che sente, senza essere ascoltato

colui che tocca, senza essere toccato

colui che percepisce, senza essere percepito.

In contemplazione, osservare la realtà senza intervenire, mimando l’essere che sta all’origine del tutto.

Una delle teorie alla base dell’origine del mondo, nell’India dei testi antichi, ha come protagonisti due esseri immensi ed eterei: Prakriti e Purusha. Purusha è il principio maschile, immobile, è il seme del tutto che ha bisogno di essere attivato. Prakriti è la Natura, femminile, instabile, in continuo movimento e trasformazione, che risveglia Purusha con la sua danza, per cominciare la creazione.

Io, eterna Prakriti mai doma, guardo con ammirazione alle descrizioni di Purusha, che tutto vede e tutto sa, pur rimanendo fermo, in semplice ascolto, in contemplazione.

La contemplazione è un momento di chiarezza e pienezza, si dice, è quello stupore nell’osservazione della realtà che dona calma, è un momento di pulizia della mente. Non è un momento di abbandono all’estasi, non è l’accettazione sottomessa, è la decisione pura di fermarsi e, osservando, ricevere gli stimoli dell’esterno per tramutarli nella propria coscienza.

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Come Purusha, in rari momenti, provo ad osservare. Sono fortunata: c’è molto di bello attorno a me su cui posso appoggiare gli occhi, per cominciare. Poi lo sguardo si sposta, prova ad andare al resto, al meno bello, al tormentato. E, anche lì, si esercita. Come Prakriti, continuo la mia danza: mi alzo, guardo il cielo plumbeo e il vento forte; mi siedo, infilo le mani nella farina; mi sposto, preparo un fiocco bianco e rosa che prima o poi saprà comunicare a tutti molto più di mille parole. E intanto rifletto e studio. Riprendo nozioni che ho appreso anni fa, sui banchi di un’università lontana, mi stupisco di quanto abbiano ancora da affascinarmi e insegnarmi. Non mi spiego ancora come certe questioni sugli esseri, le loro dinamiche e le loro differenze, siano veri adesso come millenni fa.

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L’attesa è un magnifico momento di fermento. Io danzo e provo, di quando in quando, a studiare e contemplare.

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E questo, sì, è un tentativo sciocco di immortalare la mia pancia, quell’ “ormai ci siamo” che io mi porto dentro da mesi, quell’essere saggio che tocca, ascolta e percepisce senza poter essere visto. E’ strano come, dopo tanto studiare, riconosca quelle verità vecchie di millenni dentro di me, per un gioco in cui la Natura mi ha coinvolta. E mi concedo ancora un po’ di tempo, ferma, in contemplazione.

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